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Le mie prime esperienze magistrali

Editore
Roma TrE-Press - In collaborazione con il Museo della Scuola e dell’Educazione “Mauro Laeng” (MuSEd)
Luogo di pubblicazione
Piazza della Repubblica, n. 10, 00185, Roma (Italia)
Autore della scheda:
DOI:
10.53167/266
Scheda compilata da:
francesca.pizzigoni
Pubblicato il:
16/09/2021

Edizione

Editore:
Tip. Salvatore Piccitto
Città di pubblicazione:
Ragusa
Anno di pubblicazione:
1921

Indicizzazione e descrizione semantica

Identificatori cronologici
1910s

Il volume si configura come una riflessione sulle caratteristiche e sui bisogni specifici della scuola rurale. Convinta delle teorie educative studiate al corso magistrale e sperimentate durante il tirocinio, l'A. si trova a scontrarsi duramente con la realtà quando viene assegnata come primo incarico a una scuola rurale. Nella sua “aula modesta, semplice e disadorna” (di cui non rende noti località e anno scolastico), a contatto con i suoi alunni di classe mista, si rende conto che a loro serve un linguaggio familiare e non “lezioni cattedratiche che aveva imparato a memoria” (p. 17). Prova ad avviare una conversazione ma i bambini restano silenziosi, quasi apatici. L'A. si domanda allora a cosa serve lo studio che aveva fatto al corso magistrale: “tutti i savi suggerimenti dei miei testi pedagogici erano lingua morta”. Si rende conto che servono metodi concreti, vicini alla vita quotidiana di quegli alunni di campagna i cui desideri, a differenza degli alunni di città, erano, “semplici come l’ambiente in cui sono vissuti, la loro intellettualità povera, il loro patrimonio linguistico limitato” (p. 20). L'A. narra il proprio scoraggiamento, i propri tentativi di seguire i programmi e i regolamenti che avevano però reso “la mia opera compassata, fredda, scolastica”. I progressi tardano a venire e si rende conto che è responsabilità sua trovare un modo per "far nascere l’amore per lo studio". Cerca soluzioni per rendere più “dilettevole” l’insegnamento, progetta lezioni di non più di 20 minuti per non richiedere troppo sforzo all'alunno, sceglie di non fare corse per soddisfare il programma, di ripetere più volte un medesimo concetto per facilitarne l'apprendimento e per arricchire la loro conoscenza linguistica. Ciononostante gli alunni paiono sonnolenti e lei avverte “affanno, sconforto, dolore inaudito”. Prova a far ricorso alle lezioni di cose (p. 29) partendo dalla lezione sulla pecora affinché fosse un tema vicino all'ambiente degli alunni stessi. Le difficoltà incontrate con gli alunni, la diffidenza delle famiglie, lo svuotarsi della classe appena arriva la primavera e i suoi lavori agricoli, fanno osservare all'A. “tutto quanto nei centri evoluti si svolge in un anno, nelle scuole rurali se si vuole agire efficacemente deve essere fatto in due”. (p. 32). La sua riflessione diviene una sorta di richiamo allo Stato affinché si curi delle scuole rurali e sappia riconoscerne i bisogni specifici: “la scuola rurale richiede pregevole attenzione da parte dello Stato e i mezzi per ben condurla dovrebbero concedersi a profusione dove il bisogno urge. Invece ironia della sorta con preferenza si elargiscono somme per materiale didattico e sussidi scolastici nei centri” (p. 32). L'A. comprende come “il povero popolo rurale non ama l’istruzione perché non intuisce i vantaggi che essa apporta”. E conclude affermando che “primo compito dello Stato deve essere quello d’esercitare una tutela vera e propria su queste scolette sparse per la campagna [...] per queste scuole rurali è indispensabile uno speciale regolamento, da adattarsi ai bisogni del luogo. Le vacanze non devono assegnarsi secondo il comune calendario scolastico ma in rapporto alle esigenze dei lavori agricoli” (pp. 34-36).

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